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sabato 25 gennaio 2014

Fuga dalle mattonelle

Gratto con le unghie sulle mattonelle del cesso. E dopo un po' le unghie sanguinano e noi ci mettiamo le dita in bocca, in un gesto ancestrale che ci riporta bambini. Siamo io e mio fratello, malato da tempo.
Grattiamo ste minchia di mattonelle, fratello mio, che magari da sto cesso ne esce qualcosa. 
Grattiamole finchè abbiamo ancora unghie, finché i nervi delle braccia tengono botta.
E le mattonelle, maledette, resistono. Non un graffio a loro. E noi lì a sanguinare come sanguina un capretto scuoiato a Pasqua. Ci abbracciamo e le lacrime sembrano lavare le fughe nere delle mattonelle
Siamo al buio da tre giorni. Ho detto a Luca, mio figlio più grande chè solo un guasto e che a breve sistemano.
Apro il frigo che abbonda di limoni verdi, marci, da buttare nell'umido. Sì perchè è giusto avere la raccolta differenziata, perchè i resti di cibo vanno con i resti di cibo. Ma quale cibo? Ma quali resti?
E' mattina ed ho ancora le unghie rotte mentre sento il postino che arriva. 
Eccola, la busta verde. 
Un bollo non pagato nel duemilaeotto di quel cesso di macchina che avevamo, ora ci costa un botto. 
E io te l'ho detto, amore mio, che i bolli vanno pagati e che l'assicurazione va pagata. 
Vanno pagate ste cose, ascolta me, che sono uomo e ste cose me le insegnò mio padre. 
Come dici? Con quali soldi le paghiamo? 
Non preoccuparti che in qualche modo li rimedio. Tu intanto fai la pasta con l'olio ai ragazzini che io vado in cerca di sti soldi. 
Vado a cercare qualcuno che mi dia una mano, fratello mio, tu aspettami qua.
Prima passo alla Caritas, così prendo il pane per stasera. Eh, che dici?
Mi vedo con uno che presta i soldi e che per prestarmi mille euro ne rivuole milleduecento tra trenta giorni.
Va bene, con sti mille euro, pago l'Enel e ci ridanno la luce così il bambino capisce che l'altra sera era veramente un guasto.
Pago la bolletta e porto a casa un po' di pane. 
Mi chiudo in bagno, come quando ero ragazzo che mi masturbavo, ma qui non c'è orgasmo da aspettare, qui ci sono solo ste cazzo di mattonelle.
Mia moglie mi chiama, è pronto il pranzo. 
Come? No, non ho fame, ho un po' di mal di stomaco. Dai pure da mangiare ai piccoli.
E intanto la luce si accende.
Hai visto Luca? Hai visto papà che era solo un guasto, ora puoi accendere la televisione e guardare i cartoni.
Amore, io vado in paese. Vado a cercare se qualcuno ha bisogno di una mano e magari rimedio venti euro. 
Bacio i bambini e mia moglie, come ogni giorno.
E tu, fratello mio, non temere, vedrai che tutto passerà e che riuscirò a prenderti ste cure che ti ha ordinato il dottore. Appena faccio due soldi, vedrai come cambia. 
Mi sono rimasti settecento euro dai mille che mi ha dato l'usuraio. 
Li metto nel cassetto del comodino, a fianco al letto. 
Così qualcuno li troverà.
Io vado, ciao a tutti. A stasera.
Prendo la macchina in riserva. Parcheggio e lascio le chiavi sotto il tappetino.
E' freddissimo. Ci saranno un paio di gradi. 
Mi ero tenuto dieci euro per prendere una bottiglia di Sambuca al discount.
La bevo tutta.
Vomito e barcollo.
Stringo forte un rosario che mi regalò mia madre quando ero piccolo.
Scendo le sterpaglie in modo che nessuno mi veda.
Mi faccio il segno della croce e che Dio mi perdoni.
Mamma sto arrivando.


venerdì 20 dicembre 2013

Forconi: imparate dai NO TAV

L'etichetta di "intellettuale" che mi è stata appiccicata mi spinge a dire la mia sul cosiddetto "movimento dei forconi".
A dire il vero non ho ancora capito bene da che accozzaglia di persone essi si siano formati, sicuramente da gente. Gente stanca, come tutti noi.
E mentre tutti gli intellettuali radical chic, compreso il grande Dario Fo (che non fa di certo parte di questa categoria), sottolineano il non-pensiero ma l'agire caotico di queste persone, mi sorge una domanda che vorrei porre anche al lettore: qual è lo scopo?
Se questo è un movimento unitario (e non lo è) avrebbero tutta l'approvazione del popolo, essendo essi stessi ex-borghesi ritrovatisi in miseria, ma tra di loro ci sono certamente degli sciamannati pronti a mettere a ferro e fuoco le nostre città.
Non voglio passare per perbenista, non lo sarò mai, ma se la tanto fagocitata "Rivoluzione" che i Forconi stanno sbandierando a destra e a manca, non esiste. 
Non esiste perché presidiare un casello autostradale, facendo perdere ore di sonno ai camionisti (ad esempio) è del tutto inutile e senza nessun senso. 
La protesta (ma protesta su quali basi?) non vi è e non vi è nemmeno un'idea di cosa voglia dire andare contro il potere. 
Chi protesta veramente, con le armi a loro disposizione, sono i NO TAV, gente defraudata della propria terra per un'opera buona sola a far intascare danari ai faccendieri e alle imprese edili che, fatalità hanno vinto gli appalti per costruire un treno del tutto inutile, visto che il commercio estero, ma anche interno, è completamente morto. 
Imparassero l'organizzazione dei NO DAL MOLIN, altra eredità che la vecchia DC ha lasciato ai cari americani per costruire basi Nato, e non cito il premio Nobel per la pace Obama. (...)
Bene hanno fatto, invece, ad andare ad occupare le sedi di Equitalia, l'ente voluto da quel vampiro di Monti, per succhiare l'ultima goccia di sangue al proprio popolo. 
E' fuffa usare come scusa "siamo stanchi di questa situazione di miseria!". 
Ma non siamo mica agli scioperi alle Scuole Superiori!
Ma di cosa stiamo parlando? Suvvia!
Non appartengo ai Forconi (come da uomo libero non appartengo a niente e a nessuno) almeno fino a che non se ne vanno nelle sedi televisive, interrompendo le trasmissioni del bellodecasa Giletti e di Carlo Conti. Gente che non ha motivo d'esistere e che prendono vagonate di soldi (nostri).
Che vadano nei vari Ministeri, che vadano a prendere per il colletto Letta e gli altri massoni. 
In questo momento stanno facendo solo chiasso che il populino ignorante e becero lo prende come l'arrivo degli americani negli anni '40.
Ma non fatemi ridere. 
Rispetto massimo per chi protesta, anche se protestassero contro le patatine fritte, per carità di dio, ma non confondiamo le cose. 
E quei (pochi) poliziotti, attenzione: non Carabinieri (...), che si sono levati il casco ora se lo sono rimesso perché è inamissibile che in nome del nulla rompano vetrine di un salumiere che per far quadrare il bilancio deve fare i salti mortali. 
I punti strategici del potere ci sono: andate lì. 

domenica 15 dicembre 2013

"La Mafia uccide solo d'estate": l'importanza di PIF

Quelli della mia generazione, si ricordano a memoria alcune cose riguardo alla Sicilia dei primi del '90 o almeno questo vale per me.
Quando chiedevo ai miei del perché questi uomini fossero così cattivi, ammè mi rispondevano "di non preoccuparmi che tanto quelli stavano in Sicilia, mica a Padova".
Poi però il botto delle bombe del '92 (e le successive) le ho sentite fino a Padova.
Mi interessava capire.
Mi dicevo "Ma se la guerra c'è già in Jugoslavia? Questi perché la vogliono fare anche qui in Italia?".
Poi, successivamente, il cognome che porto e che inevitabilmente si collega a quella terra ha fatto sì che mi "innamorassi" di quelle vicende.
Ho letto e riletto decine di libri, guardato e riguardato speciali e documentari, visto e rivisto film su film.
La Sicilia oggi è un semplice luogo come qualsiasi altro, in Italia.
E' pregna di Mafia come può essere il Piemonte o il Molise.
Cos'è la Mafia, mi sono chiesto negli anni? La Mafia, è bene ribadirlo, non si manifesta più (o perlomeno speriamolo) con le stragi degli anni '80 e '90.
La Mafia è una semplice raccomandazione, è un appalto truccato, è un taroccamento di bilancio, è la "spintarella", è sporcarsi le mani il meno possibile, è il "gioco" dei rifiuti rimbalzati da nord a sud.
Ma che minchia è sta Mafia?
Chi sono i mafiosi, i Corleonesi?
Certo che sì.
Ma insomma ce ne siamo liberati, oggi che stiamo mandando a cuocere il 2013, di sta tirannìa?
Assolutamente no.

La Mafia non fa più stragi, è vero.
Perché ha capito che non le conviene.
Ha capito che gli Uomini di Stato è meglio comprarli invece che ammazzarli, così c'è meno casino.
La Mafia E' lo Stato. E viceversa.
Sono un'unica entità che si muove attraverso gli stessi mezzi. Nelle stesse maniere.

Ho visto il film di Pierfrancesco Diliberto, detto PIF.
La trama, ovviamente, la sapevo a memoria.
Ma quando facevano vedere la barba di Giovanni Falcone e la mano che regge la sigaretta di Paolo Borsellino mi è venuto un brivido.
Lo Stato ha cessato d'essere tale da quando questi due signori sono saltati per aria.
Ne sono rimasti pochi a combattere la Mafia: Gratteri su tutti.
Altri hanno preferito fare carriera politica, forse obbligati o forse fulminati sulla via di Damasco.

Bravo PIF, hai obbedito al comandamento di Paolo Borsellino, un Santo Laico, che diceva ".. parlatene ovunque: nelle scuole, nei bar, negli oratori..".
Questo film è la diretta testimonianza di una ribellione civile ed intellettuale di chi non ci sta a questo Stato completamente mafioso e usa i mezzi che ha a disposizione, in questo caso un film, per spiegare a chi non c'era che quei botti scoppiati a Palermo nel '92, si sentivano molto bene anche a Padova.

sabato 26 ottobre 2013

I soldi rubati dei sindacati e il non-pensiero dei lavoratori

Tempo fa parlavo con Renato Curcio sulla crisi del lavoro oggi.
Premetto che tutto ciò che scrivo è opinabile ma essendo un cane sciolto ed un intellettuale, mi sento in dovere, verso me stesso, di vomitare tutto ciò che mi fa schifo. 

I pochi italiani lavoratori dipendenti (anche con un contratto di un mese o a chiamata) pagano il pizzo ai sindacati. 
Non importa di che corrente siano, non importa se siano CGIL, CISL, UIL o altri: lo fanno e basta. 
Lo fanno perchè hanno sentito dire che quelli li "proteggono", che i sindacalisti sono dalla parte dei lavoratori eccetera.
Curcio mi faceva notare che i sindacati avevano un senso negli anni sessanta-settanta ma che ora sono solo al soldo dei partiti, anzi - diceva lui - "sono partiti nel vero senso della parola". (Vedi Epifani)
Ma ciò che non mi spiego è l'automatismo mentale per cui una persona lavoratrice dipendente si iscrive ad un sindacato.
Non lo capisco davvero. 
Fermo restando per Landini della Fiom che è mi sembra sia una brava persona e che, lui sì, ha a cuore i lavoratori o almeno così fa credere (sulla Fiom, invece, potremmo parlarne).
I sindacati non sono altro che macchine da soldi che speculano sul non-pensiero dei lavoratori che si iscrivono a queste associazioni a delinquere (è una battuta, credo) che macinano quattrini e che oltre ad avere i tuoi soldi, lavoratore dipendente, hanno anche i tuoi dati. 
Ed i tuoi dati, caro amico, valgono miliardi se vengono venduti, ma anche se loro li vendono ad una qualsiasi multinazionale, tu non lo saprai mai (chiedete al creatore di Facebook o di Twitter se hanno creato i social network per bontà francescana o per fare del business).
Le farse delle Camusso di turno che manifestano in piazza per questo o per quello, rimangono tali. 
Lei col fischietto in bocca a "manifestare" contro chi la paga e a fianco di migliaia di "pecore" che ci credono ancora. 
Se sperate nella rivoluzione, cari lavoratori dipendenti, sappiate che non avverrà mai attraverso questi apparati: avverrà proprio quando vi renderete conto che queste associazioni sono inutili sotto tutti i punti di vista. 
"Ed io pago" direbbe Totò
Sì, ma almeno prima di pagare, accendi il cervello e fatti un paio di domande. 

giovedì 24 ottobre 2013

Le colpe del Fatto Quotidiano

Premetto che del Fatto leggo solo gli articoli di Andrea Scanzi e di Malcom Pagani, perché quando li leggo, mi emoziono.
Quando questo giornale venne fondato, mi abbonai. Poi con l'andare del tempo, mi stancai. 
Primo perché leggere ogni giorno l'editoriale di Travaglio che scrive SEMPRE E SOLO su Berlusconi è di una noia mortificante, della serie "ma questo qui, se Berlusconi non esistesse, che lavoro farebbe?"; secondo perché costa parecchio e se è vero com'è vero che non prendono sovvenzioni statali (e qui, onore al merito, anche se dovrebbe essere una cosa normale. Ahssì, siamo in Italia), mi scoccia pagare un giornale per leggere solo due giornalisti, che non ci sono neanche sempre, tra l'altro.  
In ogni caso, spezzo una lancia a favore di questo giornale. 
A loro insaputa, forse, si sono tolti l'etichetta del "giornale di Grillo" e questa è una medaglia al valore. 
Vuol dire che stanno lavorando bene, vuol dire che sono davvero liberi ma soprattutto vuol dire che non si capisce cosa vuol fare Grillo da grande, anzi, lo si è capito benissimo: accalappiarsi tutti gli scontenti di sinistra, destra, sopra e sotto.
Prima strizzando l'occhio contro l'immigrazione, poi facendo passare una pseudo-disponibilità a stare coi comunisti 2.0. 
Ho idea che il M5S prenderà una mazzata non comune alle prossime europee, nonostante i Fico, i Di Battista e altri bravi politici. 
Ma lo scranno su cui Casaleggio si siede e comanda, ricorda (poco) vagamente le dittature che verranno. 
Stanno perdendo la faccia. 
Chi non l'ha persa è stato il Fatto, appunto, soprattutto quando Grillo dal suo blog ha attaccato Scanzi, dicendo, in soldoni, che lui non aveva bisogno di "difensori" e dandogli dello zerbino.
Conoscendo Andrea e, chi lo legge lo sa, questo non complimento di Beppe gli ha fatto solo che piacere. 
Di giornalisti zerbini e al soldo dei partiti/movimenti ce ne sono fin troppi (e non cito Fazio, perchè sarebbe come sparare sulla Croce Rossa).
Uno a zero per il Fatto, dunque, che da quando è nato ha sempre avuto un'impronta popolare e popolana, dalla parte dei cittadini e, soprattutto, dalla parte della Costituzione, cosa che Grillo (più dei suoi adepti) paiono dimenticare. 

domenica 13 ottobre 2013

Il paese degli sciacalli: tre eroi a confronto

Stamani ho letto quelle poche righe, come (quasi) sempre illuminanti, di Aldo Grasso su Pietro Mennea.
Al di là di ciò che ha rappresentato e rappresenta Pietro per me, per noi tutti, credo che la notizia sia schifosa per i figli, per la famiglia ed anche un po' per noi.
Tuttavia, da quello che posso immaginare, credo che a lui, a Pietro, non gliene importi un fico secco.
Che se la tengano sta fottuta eredità, fatene quelle che volete. Io quello che dovevo dare, ho dato.
Immagino che dica ste frasi e lo immagino, sì, proprio ora e soprattutto ora, a correre.
Lo immagino con la canotta azzurra e con il fisico da ragazzo giovane, coi capelli neri che taglia un traguardo, agitando le braccia in segno di vittoria, e nel mentre, spostare in un movimento inconscio la mandibola, come quella volta.
Che Pietro fosse anche un uomo eccezionale, straordinario eccetera è cosa nota.
Ma quest'opera di sciacallaggio è davvero vomitevole, chi lo ama, come il sottoscritto, non può accettare che qualcuno si approfitti di lui. No, questo non glielo dovete fare.
Anima limpida e pura, Pietro Mennea da Barletta, anno di nascita millenovecentocinquantadue.
E qui l'emozione ed il trasporto mi portano ad un altro come lui, un altro eroe epico, un altro sportivo sublime, ma soprattutto, un grande uomo: Gaetano Scirea.
A Gaetano (che ha "causato" sin da piccolo il mio spasmodico tifo juventino) l'hanno lasciato stare, anche perchè il figlio Riccardo e la moglie Mariella sono persone meravigliose e hanno custodito il ricordo del Capitano e dell'Uomo come reliquia da mostrare a chiunque ne abbia bisogno.
Sì, perchè quel tipo di uomini sono come una ricarica vitale: quando pensi a loro, a cosa sono stati, stai meglio.
E non parlo di un altro mio eroe perchè altrimenti rischio di commuovermi, come sempre.
Sto parlando di Marco Pantani, per tutti "Il Pirata", pure lui vittima di sciacalli anche da vivo, anche quando non ce la faceva più, anche quando quel suo sorriso romagnolo in realtà urlava un "lasciatemi in pace!!!".
Eh no, caro Marco, non ti hanno lasciato in pace all'epoca e non ti lasceranno in pace mai.
Ma ciò che importa è che nella tua vita, correndo in bicicletta, hai lasciato una traccia indelebile nelle anime di chi ti ha amato.



sabato 12 ottobre 2013

"Zitto" - Lettera a mio padre

E Verona. E Milano. E Milano e Verona. E poi giù. Arezzo. Roma. Firenze.
Le hai macinate tutte le autostrade, papà. Quanti posti non hai visto. Sempre con quel cazzo di volante in mano. Sotto la neve, sotto il sole, a quaranta gradi, a meno venti. Porco demonio sempre dentro quel cazzo di camion. Tutta la vita. Per tutta la vita. Orari da rispettare, merci da portare in giro. Filiali. Sta parola l’ho sempre odiata fin da ragazzino. Cosa vorrà mai dire “filiale”, mi pensavo.
E su e giù. L’Italia te la sei girata peggio di un merdoso di un politico in campagna elettorale. Hai visto tutto: mari, coste, strade, puttane che battono, morti dentro allo scatolame grigio delle macchine. Incidenti. Minchia, quanti incidenti hai visto, papà. E tu manco uno! Tu, manco un punto dalla patente ti sei fatto togliere. La perfezione in persona.
E avanti e indietro. Sempre co sto volante in mano. Sempre per quei luridi soldi a fine mese. Sempre sfruttato perché a loro, ai padroni, non hai mai detto di no. Coi calli nelle mani, le tue mani che sarebbero state buone per suonare il pianoforte. Invece no, il volante del camion te le ha fatte venire dure, callose. Cazzo, papà. Non riusciresti neanche a cogliere un fiore perché sei troppo abituato ad agguantare quel cazzo di volante. Quanto duro è sto volante? E il sonno? Quanto sonno hai perso, papà? Guidare di notte è bello, dicono. Sì, se devi fare cinquanta chilometri. Non se devi andare sempre avanti e indietro da Verona a Milano.
E’ da quando sono nato che ti so in camion. Quella è diventata la tua casa, la tua famiglia. E io crescevo. E parlavo di canzoni, le poche ore che ci vedavamo. Che spettacolo papà, quando siamo andati quelle poche volte a vedere i concerti. Che bello averti con me. Che bello pure quella volta che sono stato invitato a raccontare Pasolini, nella stessa sala in cui Stella ha presentato quel libro sulla Casta. Mi dissi che eri orgoglioso di me. Non me l’avevi mai detto.
Poi la sera sei partito, come tutte le sere. E hai scopato con quella cazzo di autostrada. E su e giù. Santiddio. Sempre in strada, pà. Sempre. Mi chiamavi ogni tanto e non mi dicevi un cazzo, papà. Niente. Mi chiedevi che tempo faceva. Forse ti bastava solo sentirla, la mia voce. E io non mi sono mai reso conto di questo. Solo adesso lo capisco che c’ho trent’anni, quasi.
E mai un regalo di compleanno, mai. Neanche a Natale. Mai. E mi incazzavo per questo. Anzi, ormai mi ci ero abituato. Era tanto se mi telefonavi per il compleanno a farmi gli auguri.
E quando giocavo te lo ricordi? Ti ricordi quanto forte ero? Lo sai che giocavo per te? Lo sai che non me ne importava niente dei complimenti che mi facevano gli altri, i genitori dei miei compagni o addirittura quelli degli avversari. Dal campo ero tozzo d’acqua, perché tu venivi a vedere le mie partite. Ti cercavo con lo sguardo in tribuna. Mi bastava un tuo cenno. Una tua strizzata d’occhio. E io diventavo un toro. Mi mettevi una carica che manco se sniffavo un camion di cocaina.
E in campo lottavo, perché mi hai fatto robusto, papà. Quando i difensori facevano a spallate con me li facevo cadere. E poi segnavo ed esultavo come Luca Toni con la mano che ruotava l'orecchio. Toni lo faceva per ascoltare il godimento dei suoi tifosi. Io lo facevo per ascoltare se in mezzo alle urla della tribuna, sentivo la tua voce. Ma non l’ho mai sentita. Però sapevo che c’era. Lo sapevo.
Stavo per diventare un calciatore, papà. Mi volevano, si diceva. Forse realizzavo un tuo sogno, non lo so. L’avrei fatto per te, perché tu andassi fiero di me. Invece poi il destino ha mischiato le carte. Ed eccomi qui, a scrivere. A cambiare vita. A pregare e bestemmiare. A non chiederti mai niente perché tu di risposte non me ne hai mai date. Mai.
E allora andiamo avanti senza averci detto mai un cazzo di “ti voglio bene”.
Mai una carezza. Mai. Quanto avrei avuto bisogno di una tua carezza o di un tuo abbraccio, papà. E pensavo che non me le davi perché a me della scuola non me ne è mai fregato niente. Mi sono iscritto in una scuola dove c’erano solo femmine per scoparle tutte. Ma che ti sto a dire?! Che ne sai te? Che eri sempre in strada a macinare chilometri e chilometri. Da Verona a Milano e da Milano a Verona. Sempre avanti e indietro. A farti umiliare per quei merdosi soldi. Per quei merdosi soldi che il dio del consumismo ci ha obbligati a desiderare più dell’aria. Ci ha tolto la vita insieme, papà. Non abbiamo vissuto una vita insieme per colpa sua. Per questo amo Pasolini. Perché lui mi ha spiegato con chi dovevo incazzarmi. E Gaber. E De Andrè.
Mi raccontavi che tu ascoltavi Fabrizio fin dal primo disco. Eri l’unico in paese ad ascoltarlo. Poi sono arrivati gli altri. Ma dopo di te. Come se avessi avuto un orario da rispettare anche lì. E quanta musica hai ascoltato, papà. Quante volte mi hai raccontato dei Genesis o di Tagliapietra de “Le Orme”.
Tu Gaber l’hai pure visto dal vivo. Io sono nato troppo tardi. Pure sta sfiga ho avuto, papà. E ti ho fatto conoscere Oliviero, te lo ricordi? Tu che mi dicevi che scriveva da Dio. Che era un poeta. E’ diventato amico mio, papà. Uno dei miei più cari amici. Perché non l’hai fatto amico tuo? Perchè tu dovevi partire alla sera, lasciavi a me gli onori. Tu prendevi gli oneri. Li pigliavi con tutte le mani, sti oneri. Come fossero un volante, da girare, sempre. E sempre per quello stipendio da fame a fine mese. Per dare quei cazzo di soldi al figlio “artista”. Mamma mia, quanto la odio sta parola. E’ un’etichetta che non riesco a togliermi di dosso. E tu zitto! Zitto! Sempre zitto, Cristo!
Non mi hai mai dato uno schiaffo. Mai. E ne meritavo tanti. E m’avrebbero fatto pure un male cane, con quelle mani ruvide che c’hai. Però forse hai pensato che si andava a pari: mai carezze e mai schiaffi.  Così si educa un figlio. Così un cazzo, papà! Così un cazzo!
Che vuoi che ti dica, ora? Che io sono vicino ai trenta e tu hai passato i sessanta. Cosa vogliamo raccontarci? Che c’è un buco di una vita in mezzo. Perché tu eri sempre pronto a girare l’Italia con quella merda di camion. Che Dio mi faccia stare sempre lontano dai camion, papà. Li odio. Mi hanno impedito di essere tuo figlio.
I valori. I valori che mi hai passato papà, non li riconosco. Perché io non sono come te e tu questo non l’hai mai accettato.  O forse sì.
Io non spacco il minuto, mai. Io non sarei capace di fare venti ore in una scatola di lamiera, come te.
Io non farei mai la tua vita, papà.
Onestà e dignità. Queste sono le cose che mi hai sempre detto di ritenere sacre. Perché se devi camminare in centro del paese, lo devi fare a testa alta. E tu lo fai, papà. Chi vuoi che possa dirti niente? Chi? Io non posso, per mille motivi. O per uno. Perché siamo agli antipodi. Siamo due animali diversi. Io non riesco a trattenere niente, tu tutto. Io mi sono costruito una vita senza orari e stai a vedere che magari li frego. Li frego io quelli che c’hanno allontanati. Li frego perché io di strada non ne faccio.
Ho spaccato la faccia a uno, papà. Zigomo e setto nasale, e lui che sanguinava a terra. Perché non si deve permettere di infangare il tuo nome. Pensa te, papà. Io ho spaccato quello e tu dopo che mi è arrivata la denuncia m’hai pure detto una valanga di parole. Mi hai fatto la morale. Ma non lo capisci che l’ho fatto per te? Ho menato quello, per te. L’ho menato per i torti che ti ha fatto e che poi conseguentemente ha fatto a me. Quanto c’ha fatti soffrire, eh papà? Ma tu zitto, porco demonio, zitto sempre.
Vedi che non siamo uguali in niente? Lo vedi? Io l’ho spaccato a metà! Tu continuavi a subire, passivo a tutto. E allora di che onestà vuoi che parli? Con che dignità vuoi che mi rivolga a te che al posto di fare il padre, hai fatto il lavoratore.
E quando sarà ora, papà, quanto piangerò. Accetterò o no, il fatto che non ti ho mai detto un “ti voglio bene”?

No, papà. Con me hai sbagliato tutto. E io ho sbagliato tutto con te. Non ci siamo mai capiti. Fotti quel volante e mandalo affanculo, da parte mia. 

giovedì 3 ottobre 2013

Si fa e basta

Quando arrivano non chiedono il permesso e nemmeno se c'è posto.
Quando arrivano, arrivano.
E non importa cosa si stia facendo, se si è impegnati in altre faccende o se si è in una crisi economica bestiale.
Quando un popolo migra, non ha tempo per chiedere il permesso di farlo.
Lo fa e basta.
Lo fa perchè altrimenti ci lascia la pelle, lo fa perchè non riesce a campare. Difficile che lo faccia per turismo o perchè ha del tempo da perdere.
Lo fa per disperazione.
Che è la stessa che prende noi italiani, oggi, come negli anni trenta, emigrare verso chissà quali posti, parlare chissà quali lingue, adattarsi a chissà quali stili di vita.
Si fugge per disperazione, si ama per disperazione e si muore per disperazione.
L'umanità con cui la gente di Lampedusa, con in testa il Sindaco, donna meravigliosa, accoglie i migranti è meravigliosa.
Senza tante parole, quelle, gli abitanti di Lampedusa, le lasciano ai politici.
Si svegliano nel mezzo della notte, pigliano, si vestono e vanno a "scaricare" quelle zattere piene di umanità, spesso piene di morte.
Non si chiedono il perchè lo fanno. Lo fanno e basta.

E' come Gino Bartali, il nostro grande campione che salvò centinaia di ebrei con la sua bicicletta.
Non si è mai chiesto se rischiava, se ne valesse la pena. Lo faceva e basta. E non lo ha neanche mai detto a nessuno.

Che bel popolo che siamo quando facciamo il bene senza parlare.

sabato 28 settembre 2013

I MISERABILI di Mau Di Tollo

Noi siamo maledetti.
Viviamo l'inferno in terra e non lo sa nessuno.
"Quello è un artista" dicono, dopo aver ascoltato quello che fai, il tuo modo di suonare le canzoni.
"Quello è un artista".
Suona uguale a "quello è un coglione".
Anche l'espressione di chi parla è la stessa.
L'artista d'oggi è un coglione, e più s'intestardisce a non cedere alle sirene della commerciabilità e più coglione è.
Io sono il Re dei coglioni, tanto per dire.
Mi ostino a credere che bisogna metterci il proprio sangue in quello che si scrive, che bisogna impuntarsi nel fare dischi veri, alla vecchia maniera, dire qualcosa, magari anche qualcosa di sbagliato, ma qualcosa di onesto, perdio. Metterci la faccia, l'anima, le palle.
La gente ti ascolta e dice "quello è un artista".
Poi accende la radio e trova ben altro. Va a fare la spesa e, tramite i diffusori del centro commerciale, ascolta altro. La sera in tv, guarda altro.
Tu non ci sei. E se non ci sei non sei legittimato, se non ci sei non lavori, se non ci sei la gente non sa che esisti.
Sopra ogni cosa, se la gente non ti ascolta alla radio o non ti vede in tv, crede che tu non sia all'altezza. Che vali poco. Che sei un illuso.
Ed è vero. Siamo degli illusi. Talmente illusi da essere convinti di avere ragione. Da credere che quello che voi sentite in radio e guardate in tv non c'entra niente con l'arte della musica. Da essere convinti che, santo dio, Francesco De Gregori e Emma Marrone non facciano lo stesso mestiere.
Di non essere migliori di nessuno. Di essere maledetti.
Si, maledetti. Perché questo mestiere è eroina, è crack, è alcool. Crea dipendenza. Non puoi essere altro. Mai. Pena l'infelicità eterna, la frustrazione, la mortificazione.
Che sarà il nostro futuro. Siamo condannati a vivere la più atroce delle vite. Senza alcuna speranza.
Si, perche tu, caro, amatissimo e incolpevolmente pigro pubblico, non cambierai mai.
Quando sarai in macchina e accenderai la radio, continuerai a rassegnarti al martirio delle playlist e continuerai a credere che, in Italia ci siano solo quei 10 artisti che vengono passati nelle ore propizie da tutte le schifose, odiose, immorali radio commerciali.
Quando accenderai la tv, guarderai X Factor e Amici, perché la gara è avvincente, la Ventura è un troione ed Elio ti fa ridere. Non ti verrà in mente di cambiare canale neanche un minuto.
Poi, un giorno, distrattamente, incapperai in uno di noi. Magari sarai capitato per caso nel tuo locale preferito a farti una birra al volo. Proprio mentre uno di noi, per quattro soldi e pochi riconoscimenti, si sta giocando la vita su un palco. Uscendo dal locale, ti soffermerai un secondo a fissarlo. Poi un pensiero veloce, furtivo, grigio ti trapasserà il cranio per poi scomparire per sempre.
"Quello è un artista", penserai.
Che suona uguale a "quello è un coglione".
Maurizio di Tollo - Settembre 2013

giovedì 5 settembre 2013

Cucchi, Aldrovandi, Sandri, Uva: uccisi come bestie e ri-uccisi di continuo. Basta!

Secondo sentenza, Cucchi è stato assassinato per "malnutrizione". 
Ripeto: secondo sentenza, Cucchi è stato assassinato per MALNUTRIZIONE.
La causa della morte è stata questa. 
Quindi dopo averlo pestato di botte l'hanno lasciato morire di fame e pure di sete! 

Io non so che reazione abbiate avuto voi a questa notizia. 
Io, sarà che sono molto coinvolto affettivamente con la famiglia Cucchi, sono rimasto ancora di più, se possibile, schifato.
E' vero, come dice il saggio, che non bisogna mai sorprendersi di nulla (soprattutto in Italia, aggiungerei) ma qui siamo di fronte ad una delle bestialità più atroci che il genere umano abbia mai fatto. 
E poi mi ritrovo a parlare con Lino Aldrovandi che mi dice "non gli basta che ce l'abbiano ammazzato, no, ora vengono a protestare sotto casa nostra per la condanna..".
E tu, da italiano, sei lì, inerme, inerte, senza parole. 
Non posso pensare alla reazione che ha avuto Ilaria e i genitori in tribunale. Cioè, non è che non posso: non ci riesco proprio.
Una barbarie che neanche in guerra. 
Lasciato morire di sete, mentre gli avevano rotto tutto ciò che il povero corpo di Stefanino conteneva, già esile di suo. 
Credo che più a fondo di così, non si può andare. 
Loro non lo sanno, ma stanno creando una tensione tra popolo e "divise" incontrollabile, incalcolabile che sfocerà in qualcosa di tremendo. 
E poi parlano di "rispetto delle Istituzioni". 
Massacrato di botte e lasciato a marcire peggio di un maiale squartato a Natale. 
Rendiamoci conto che c'è sempre una miccia che accende una guerra. 
Questa miccia è partita, si è accesa ed il detonatore non so che botto farà, ma lo farà.

Quando ho detto a Lino Aldrovandi che sono stato a Ferrara a vedere i Buskers e che ogni tanto mi veniva in mente Federico, mi ha risposto che anche lui quella stessa sera andò a vedere i Buskers e che anche a lui.. sì, anche a lui, veniva sempre in mente Federico. 
Un altro cristiano ammazzato di botte per strada, come un cane. 
Con la beffa delle "proteste" del Coisp sotto casa.
Perchè c'è anche una differenza, se possibile: un conto è se ti becchi una pallottola in fronte e via, un altro conto è se vieni MASSACRATO DI BOTTE fino alla morte. Sono due cose molto diverse.
 
Non so che altro dire, non so che altro aggiungere. 
Quello che so è che dimenticare Cucchi, Aldrovandi, Uva, Sandri e molti altri, sarebbe come ammazzarli (di botte) un'altra volta. 
Non dimentichiamoli. 
MAI!

venerdì 30 agosto 2013

Io sono

E' buffo che ciò che imprigiona una persona più di tutte sia il nome.
Sì, intendo il nome di battesimo.
Soprattutto ultimamente, dove pure i soprannomi di famiglia se ne sono andati al camposanto.
Una volta venivi chiamato per soprannome e poi, eventualmente, per nome di battesimo.
Ora, appunto, i soprannomi esistono di rado. La tradizione del soprannome viene continuata soprattutto nel sud.
Un nomignolo, un qualcosa che venisse associato al capofamiglia, viene tramandato per generazioni.
Al nord non succede quasi mai e questo è un po' triste.
Ma ciò che conta è che il nome, o il soprannome, è una catena che "perseguita" la persona per sempre, più di un'ombra, perchè almeno al buio l'ombra smette, il nome no.
Ed ecco che quando ci presentiamo ad uno sconosciuto diciamo sempre e comunque "Io sono Carlo".
Come se il "io sono" e basta non fosse poi così importante.
Abbiamo un bisogno ancestrale di questo rafforzativo.
Immaginatevi un dialogo tra due persone.
- "Ciao, come va? Io sono."
- "Ciao, tutto bene, grazie. Anch'io sono."

Ci siamo dimenticati di essere, più che di essere il Signor Pincopallino.
"Siamo" nonostante il nome, nonostante tutto.

Sarebbe più bello presentarsi dicendo "Mi chiamo Carlo" perchè quello è il mio nome ma non è la mia essenza, io sono, comunque, io.

Gli animali per presentarsi ai propri simili si annusano, noi diamo il nostro biglietto da visita o la carta d'identità.
E' una negazione d'identità, la carta d'identità.
Come se senza quel pezzo di carta, non si esistesse.
E' così che c'hanno educati.

E' così che c'hanno rubato il pensiero.  

giovedì 22 agosto 2013

La mia generazione

La generazione di cui faccio parte, che è quella degli anni '80, sarà una generazione che, se non vuol morire di fame, dovrà inventare.
Dovremo tornare ad essere quel popolo che hanno decantato tutti, nel mondo.
Vi confesso che ho una gran voglia di sentirmi fiero di essere italiano.
Oggi è oggettivamente impossibile.
Il tempo spreca se stesso e passa e va.
Non c'è tempo per i "forse", per i "ma" e per i "se".
Noi siamo una generazione che per prima si è dovuta integrare con persone che arrivavano da ogni parte del mondo e non è facile.
L'integrazione, nonostante sia un fenomeno umano, e come tale, va solo accettato, è difficile anche se può diventare ricchezza culturale e non solo.
Se avessi un microfono e avessi davanti a me tutta la mia generazione (che non ha ancora perso, semi-cit.), direi di ricercare la bellezza, che è l'unico modo per andare avanti.
Ma questa non è retorica, è verità vera.
Senza l'estetismo, un popolo non va da nessuna parte.
Pieghiamoci magari a compromessi, soffriamo, urliamo bestemmie al cielo ma non spezziamoci.
Da vecchi saremo orgogliosi di essere stati la generazione più sfigata sì, ma che ce l'ha fatta.
In Italia è tutto finito, l'unica cosa che dovevano fare, per logica, era una legge che tutelasse il turismo.
Non hanno fatto manco quella.
Parlano tutto il giorno per salvarsi il culo a vicenda perchè hanno capito che gli resta poco tempo e che poi non ci sarà più modo per le scuse. Scorrerà sangue. Ma non c'è da sorprendersi, sono solo corsi e ricorsi storici.
Rendiamolo ancora bello sto paese. Tiriamo fuori le palle. La rivoluzione culturale parte da noi, con buona pace di una buona parte di sessantottini venduti e inconcludenti.
La generazione mia è quella più sfigata ma è anche quella che ha una carta in mano, l'ultima.
Non sprechiamola.

mercoledì 14 agosto 2013

Quando muore un cane sei solo

Il cane non è umano, grazie al cielo.
Quando arriva in casa, fa subito parte di te, della famiglia ed essendo un essere divino, angelico, non metti mai in conto che un giorno o l'altro se ne andrà.
Quando muore un cane la solitudine prende il suo posto e ti fa sentire il peso enorme della sua mancanza, la sua assenza diventerà un assedio, come disse il poeta Piero Ciampi.
Nulla a che vedere, ovviamente, con la morte di un proprio caro.
Ma se quando muore un proprio caro si è, a volte con molta ipocrisia, avvinghiati da amici e parenti con le solite odiose frasi di rito, quando muore lui, il cane, nessuno ti è vicino.
Ti dicono che "tanto è solo un cane, ne prenderai un altro e lo dimenticherai".
Lì c'è il dramma.
Tu che non riesci a spiegarti ed a spiegare che il dolore si vive ora e qui (cit.) e che per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. (ri-cit.)
E' atteggiamento ipocrita quello di chi fa finta di tirarti su il morale con quelle frasi "alla Fabio Volo".
Perchè con il cane si instaura un rapporto che non si avrà mai con nessun umano. Neanche con il tuo migliore amico.
Perchè il cane, tuttavia, se deve pisciare, ti viene a leccare i piedi, per dirti che o ti alzi o te la fa sulla pianta.
Perchè il cane ti ama e non chiede necessariamente nulla in cambio.
Perchè il cane quando ti vede, ti vuole, ti desidera, come nessuna donna o uomo possa volerti.
Perchè il cane, se potesse, farebbe l'amore con te, più di quanto tu lo voglia fare con una Kasia Smutniak (?) qualsiasi.
Perchè il cane è letteratura (da Fenoglio a Saramago) e musica (Rino Gaetano, De Andrè, Gaber..).
Perchè il cane quando è emozionato piscia, mentre tu, umano, quando (e se) ti emozioni ti tieni tutto dentro.
Perchè il cane ha gli occhioni dolci se deve farsi perdonare e le orecchie basse se deve gioire.
Perchè al cane basti tu. E a te non basta lui.
E' un amore gratuito che è l'unico vero amore, che io sappia.
Perchè quando muore un cane, il tuo cane, ti vengono in mente le sgridate di quando ha cagato sul tappeto o le sberle quando fa qualcosa che non va a te (ma che per lui è del tutto naturale) e quando non c'è più ti ricordi tutto e pensi a cosa avesse fatto di tanto malvagio per meritarsi le tue incazzature e ti senti irrimediabilmente una merda.
Perchè il cane sente quando stai male e cerca di consolarti. E sta lì fermo in attesa di una tua carezza, consapevole che tu hai capito che lui e lì a posta per te. Che se potesse toglierti il dolore si farebbe frustare indossando il cilicio.
Perchè il cane ascolta la musica che ascolti tu.
Perchè il cane, se gli parli, ti ascolta.
Perchè il cane ha solo te e tutto il resto è relativo.
Perchè il cane è una creatura che tu, uomo, non meriteresti neanche, ma credo che se il cane ti regala il suo tempo e poi se ne va è per farti capire che la vita va vissuta ogni attimo, esattamente come ha fatto lui, prima dell'ultimo respiro, prima dell'ultimo sguardo, prima dell'ultimo pensiero che sicuramente era indirizzato a te.
Ecco perchè si è soli. Perchè tutte queste cose, ti vengono in mente sempre quando, purtroppo, è maledettamente troppo tardi.

martedì 16 luglio 2013

Caro Beppe, leggi qua.

Caro Beppe.
E' d'uopo (ehm.. ehm..) che io, da tuo elettore, ti scriva i miei dubbi e le mie perplessità.
Lascia che te lo dichi (alla Filini): hai sbagliato (quasi) tutto e, se mi lasci parlare, ti spiego anche il perchè.
Il principio era una fresca ventata d'ottimismo, io stesso ero ottimista. Finalmente - pensavo - ciò che sentivo e ciò che mi entusiasmava nei suoi spettacoli, posso votarlo alle politiche.
E' vero, mi sentivo, ci sentivamo tutti rappresentati: dal rispetto per l'ambiente, dal mandare a casa quella gentaglia, dall'abolizione dei contributi a giornali e partiti eccetera eccetera eccetera. (cit.)
Io che ti seguo da oltre dieci anni nei tuoi spettacoli, ho sempre condiviso tutto. E io che condivida tutto di ciò che dice una persona non è così semplice, per dire.
Comunque arrivano le elezioni, tu fai il figo e attraversi mari (stretto di Messina, ndr) e monti, ti fai un culo così e poi sembrava un tripudio annunciato, anche perchè, diciamocelo, correvi quasi da solo.
Però, è vero, eri un outsider, forse ti saresti accontentato di meno alla prima tornata e invece la tua vittoria è sintomatica di quanto la gente non ne potesse più di quelli là.
Veniamo al post elezioni.
Encomiabile, ripeto, encomiabile la restituzione del finanziamento pubblico del M5S allo Stato. Talmente encomiabile che non ha fatto notizia, perchè, purtroppo non ci siamo più abituati.
Encomiabili altre tue iniziative, forse con qualche eccesso ma comunque l'impegno ce l'avete messo e ce lo state mettendo, seppur con quella classica puzza sotto il naso che sembra l'abbiate ereditata da Montezemolo, nemmeno Cristo in persona ce l'aveva (e devo dire che poteva anche permettersela, il famosissimo Gesù, cit.)
Ma, non puoi pensare di governare un paese, sì, perchè le politiche hanno detto questo, con la classe politica che ti ritrovi.
VITO CRIMI, minchia Vito Crimi.
Pensa che Vito Crimi legge il mio blog, è pazzesco, da quando è nato (il blog). Ci siamo sentiti anche a dicembre per gli auguri, ancora quando avevo il profilo facebook, quando lui non era (era?) ancora nessuno.
Apro il messaggio di posta e leggo "Tanti auguri a te e famiglia. Vito".
L'ho ringraziato, mica vado a pensare che poi mi diventa capogruppo alla Camera.
Dài Vito, so che leggi 'sto blog e so che ci stimiamo a vicenda, tant'è vero che l'amicizia me la chiedesti tu.
Ma, con tutto il rispetto Vito, hai la faccia di uno che si trova lì per sbaglio, sembri uno che doveva indossare gillet alla pescatora e portarsi delle canne da pesca e andare sul Trasimeno a pescare con suo figlio. Mi dài quell'idea lì, Vito.
Sei senz'altro un'ottima persona, Vito. Ma quelli là te sbranano, anzi, te c'hanno (già) sbranato.
Senza poi passare alla Lombardi, a Mastrangeli, a Fico: è tutta gente che poteva fare i Giochi senza Frontiere, BEPPE!!
Ecco cos'avete sbagliate, tu e belli capelli, non siete stati capaci di formare una classe politica.
Non hanno polso, non sono nessuno.
Hanno appena più polso di Gasparri, ma non è un complimento.
Siete a metà tra una promessa e una delusione.
Io non vi voterò più e se vuoi ti spiego anche il perché: non mi sento (più) rappresentato, da una classe politica che porta avanti idee (condivisibili) ma che non sa relazionarsi (più) con il mondo reale, con la gente che si spara in testa perchè non ha il cibo per il figlio. State lì a cazzeggiare, maddai!!
E' chiaro che non voterò più ma proprio più. Non mi sento rappresentato da nessuno, Beppe: anche per oggi non si vola. (cit.)

venerdì 12 luglio 2013

La tragedia di Sara Tommasi

A qualcuno fa ridere, a qualcuno fa incazzare, a me fa rabbrividire.
Sì, la storia di Sara Tommasi mi mette i brividi.
Dal punto di vista umano cerco sempre di mettere in preventivo che la vita uno se la gestisce come meglio crede. Ho l'impressione, però, che qui stiamo assistendo ad un caso di "schiavismo moderno": usare una ragazza, molto bella, per farne davvero carne da macello.
Prima usata dai politici, ora dai fotografi, ora da manager pronti a qualsiasi cosa per.
L'ultimo atto di questa triste storia è il bagno nella fontana del Gianicolo, a Roma, di notte, completamente nuda e visibilmente sotto effetto di qualche sostanza.
Sara Tommasi è Bocconiana come Mario Monti e come la Fornero.
Sara Tommasi ha scelto di fare la soubrette, la Fornero il Ministro. Molto più ammirevole la scelta della prima, è ovvio.
Sara Tommasi è sulla bocca di tutti. Sara Tommasi non sta bene.
Ho la sensazione netta che stiamo assistendo ad un'altra Laura Antonelli (con le dovute proporzioni, per carità), ad un altro Marco Pantani.
Mi viene in mente la canzone di Francesco de Gregori nell'album "Per brevità chiamato artista" che si intitola "Carne umana per colazione".
Ecco, hanno fatto di Sara Tommasi una carne. Pronta al macello se e quando serve. Ormai inconsapevole d'essere diventata lo zimbello di quel becero sottosviluppo dei vari piccoli borghesi italiani (cit.) che sfogliando questa o quella rivista, commentano con il solito linguaggio stupido, le foto di una persona sofferente, per il semplice e banale motivo che si fa fotografare con la vagina al vento.
Quella ragazza è malata, razza di idioti!
E' molto malata. Sarebbe da guardarle gli occhi. Tristi. Che fissano il vuoto. Nulli.
Mi dispiace, Italietta, ma io su questa storia non ci trovo assolutamente niente da ridere, anzi, trovo che sia solo il preludio di una triste fine annunciata.

lunedì 8 luglio 2013

Sette anni fa, eravamo Campioni del Mondo

Avevo vent'anni, maturità appena presa e la mia prima grande storia d'amore era naufragata. E stavo andando nelle Dolomiti con un gruppo di ragazzi del mio paese a fare l'animatore.
Non sapevo ancora molto di quello che dovevo o volevo fare, ma quello non era un giorno qualunque.
Quello era il giorno che ho sentito raccontare da tutti, da sempre. Era il giorno che "quei tedeschi.. cazzo..", era il giorno che mancava da ventiquattro anni. Era il giorno della finale della coppa del mondo. Esattamente, ad oggi, sette anni fa.
Avevo preso troppe fregature con la Nazionale.
I mondiali del '90 con Baggio e Schillaci, mandati in vacca per quell'uscita di Zenga, i mondiali del '94 con quei cazzo di rigori e ancora il rigore di Di Biagio nel '98, pure nel 2000 quando il mio Del Piero era il "grande Del Piero" ad Europeo già vinto e stravinto, sti francesi ci beffano.
Non riuscivo a gioire con la Nazionale.
Ma sapevo che quell'anno era un anno speciale: finora c'era andato tutto troppo bene e avevo una certezza di vittoria che si chiamava Marcello Lippi, che io da juventino, conoscevo bene.
E poi arrivavamo da quella semifinale epica con la Germania, con la solita maledetta e fortunosa Germania.
Scrivevano male di noi, degli italiani, nei giornali loro. Come e più di adesso.
Ci hanno pensato Grosso e Del Piero a farli stare zitti, 'sti crucchi!!
Dicevo, avevo qualche certezza di vittoria anche perchè vedevo nella faccia dei nostri, la faccia dei vincenti.
Buffon di una tranquillità disarmante, Cannavaro che sorrideva sempre, consapevole che era il più forte difensore del mondo, la classe cristallina di Pirlo, la grinta di Gattuso, lo sguardo che ti prende per il culo di Totti e poi quello spilungone che roteava quella mano sull'orecchio che era un piacere di Luca Toni.
Eravamo forti, dai.
E gli altri in panchina: Del Piero, Gilardino, Iaquinta, Materazzi etc.
Insomma quel giorno della finale avevo pur tante certezze ma sapevo anche che di fronte avevo quella squadra maledetta. Quella che ci ha sempre rovinato la festa. C'era Zidane, Trezeguet e quel bastardo di Barthez e la sua maledetta pelata. E quell'allenatore antipatico con gli occhialini che ci odiava.
Noi, in Alta Badia a cercare di metter su uno schermo gigante, fatto con un lenzuolo e a corrompere un vecchio per farci dare il decoder e la parabola. Altrimenti il Monte Pelmo ed il Civetta non ci avrebbero permesso di vedere la partita.
A loro che gli fregava? Per loro che fossimo noi o fossero loro, i campioni del mondo, sempre lì stavano.
Comunque ci eravamo riusciti, pregando che tutto restasse così, perchè se veniva un po' di vento (e da quelle parti il meteo non si può mai prevedere) cascava tutto e noi restavamo lì, fuori dal mondo e soprattutto senza sapere cosa stava facendo l'Italia.
Insomma, iniziamo. I nostri sono tesi ma loro un po' si cagavano addosso.
Dopo poco un francese sguscia via sulla sinistra, entra in area e Materazzi lo stende.
Ecco, pensavo, il solito Materazzi! Quello falcerebbe anche un cane per strada. Ma perchè l'hai portato via, Lippi?? E' un macellaio, lo si sapeva. Rigore per la Francia, dopo pochi minuti.
Inquadravano i nostri, davano una parvenza di tranquillità, comunque.
Per noi tifosi però arrivava l'ennesima maledizione nazionale e poi Buffon è un grande ma di rigori ne ha sempre parati pochi.
Tira Zidane: gol. Gol di culo, ma gol. Uno a zero. Bestemmie a dio e a tutte le divinità. La nostra favola stava finendo.
Passano pochi minuti, Totti prova a tirare, rimpallato. Calcio d'angolo.
Pirlo pennella in area, Materazzi vola, rete che si muove.
Ripeto: Pirlo, Materazzi, rete.
Io alzando il braccio, rompo un dente al mio vicino di posto, sedie che volano, gente che piange. Cazzo, abbiamo pareggiato. E sempre con quel macellaio di Materazzi che guarda il cielo e lo dedica alla mamma.
Grazie Marco!
Torniamo daccapo. Ora vediamo, francesini.
Partita tesissima, insomma, è pur sempre una finale mondiale.
Quando entra Del Piero, divento lo zimbello del gruppo.
Per me è sempre stato un dio, Alex. E i miei amici lo sapevano, loro che erano interisti o milanisti. E sapevano pure che in Nazionale, Alex, non è mai stato un granchè fortunato.
Finisce la partita, si va ai supplementari.
Gente che smadonna perchè "i rigori no eh!!"
Ad un certo punto, un mio amico si gira verso di me e mi fa "Guarda, preferisco perdere prima ma i rigori non li voglio!".
Ma che discorsi sono, santoddio, magari una volta ci va anche bene o no?
Espulso Zidane, coglione! Ok, Materazzi l'ha accentuata sicuramente ma lui la botta gliel'ha data.
La partita non si sblocca.
Rigori.
Sudo come un porco. Il Pelmo non si muove, il Civetta meno. Va beh.
Dai è stato bello lo stesso. Buffon scherza sempre, che guascone. Cosa ridi che non ne pari neanche uno!
Va Pirlo, gol.
Va Materazzi.... uuhhhhhhh.. gol.
Va Trezeguet........... traversa!!!!!!!!! Cazzo traversa!!!!! Dobbiamo segnare noi ora!! Dobbiamo segnare!
De Rossi............... gol!!!
E loro segnano.
Ecco. Parte Del Piero. Uno mi urla "Carlo guarda che se sbaglia non farti più vedere in giro eh..". E in effetti, pensavo io. Tira Del Piero..... gol!! "Fanculo!!" urlo. Grande Alex!!
Tirano loro, gol.
Tocca a noi, tocca a Fabio Grosso da Chieti.
Rincorsa. Io sapevo esattamente che quella rincorsa lunga la stava guardando tutto il mondo, che anche quando avrò novant'anni quella rincorsa me la ricorderò. Sapevo tutto.
Sapevo anche che se segnavamo eravamo CAMPIONI DEL MONDO.
Inquadrano Grosso. Occhi sgranati. Il mondo si ferma. Noi che guardiamo in faccia quella faccia da bravo ragazzo. Dai Fabio, facci sto regalo minchia!
Inizia a correre...


Non mi ha cambiato la vita vincere un mondiale ma volevo vincerlo per poterlo raccontare, come hanno fatto quelli prima di me con quella corsa di Tardelli e con Pertini che si pavoneggia al Bernabeu.
Sì, ragazzi, siamo Campioni del Mondo.

sabato 29 giugno 2013

Scanzi se fosse Scanzi: un innamorato che racconta Gaber

Prima o poi doveva capitare. 
Prima o poi l'avrei visto "Gaber se fosse Gaber".
Ma sarebbe troppo facile per me parlare di Giorgio Gaber, Lui lo invoco e ne parlo gran poco e con poche persone intime per un pudore mio, intimo.
Mi piace, invece, parlare del lavoro Scanziano su Giorgio.
Quando conobbi la zia di Andrea, dopo tante chiacchierate, mi disse che io ed il nipote siamo stati separati alla nascita, caratterialmente, ovviamente. Vanitosi, saccenti, polemici eccetera eccetera eccetera. (cit.)
Ma quando cresci con gli stessi maestri di vita (Pasolini, Gaber, Fenoglio, Saramago etc.) non puoi non avere quel minimo di piccola presunzione nel pensare che quelli là sono un branco di idioti. E per "quelli là" potete pensare a chi volete. 
Io, nonostante tutto, ho avuto la disgrazia ancestrale di non avere MAI visto Giorgio dal vivo. 
Logico che quando l'occhio di bue ha illuminato Andrea, seduto su quella seggiola, nella stessa posizione in cui Gaber apparì per l'ultima volta pubblicamente da Celentano, prima di una lentissima agonia che lo portò a miglior vita il primogennaioduemilatre, un brivido e una lacrima mi sono venuti. 
Gaber si presentò in televisione con la gamba sinistra tesa con il piede alzato per attutire il dolore che lo stava, lentamente, distruggendo.
Scanzi ha iniziato in questo modo preciso il racconto del Maestro, un racconto ricco e spietato, com'era Lui.
E via gli anni sessanta, i settanta, gli ottanta, i novanta e poi stop. 
Celentano, Mina, Luporini, Battiato, la televisione, il Piccolo di Milano, Ombretta Colli, gli intellettuali del "Bar Casablanca", i video inediti delle televisioni svizzere, "Io se fossi Dio", Dario Fo e mille altri "fattori esterni", c'ha raccontato Andrea
Ma se non sei innamorato, è inutile che scrivi una poesia d'amore. Non ti verrà mai bene. 
E Scanzi è follemente innamorato di Gaber, forse è più innamorato di Gaber che di sè stesso
Decenni raccontati da chi sembra essere uscito dalla scuola di Albertazzi l'altro giorno. 
Invece era solo il racconto di un innamorato. 

Nelle ottantasei (?) repliche, Scanzi ha fatto suoi i tempi teatrali: sa come farti ridere, sa come farti commuovere, sa come incalzarti, sa come lanciare una frecciatina a destra e a manca, sa cosa dire e sa cosa non dire. Ma soprattutto, sa quando fermarsi
Il sapere fare "pausa" tra un monologo ed un altro, è una dote che ho visto saper fare solo ai grandi. 
Un famoso amico musicista mi ha sempre detto che la pausa in una canzone, arricchisce il pezzo. 
La pausa in un monologo oltre ad arricchirlo, bisogna essere in grado di saperla fare e, per fare ciò, bisogna  conoscere a memoria i respiri, i battiti del cuore e anche gli alambicchi della ragione (cit.). 

Mi preme sottolineare, inoltre, un fatto scontato ma che in realtà di scontato ha ben poco, per i profani: conoscere il proprio pubblico
Quando racconti Gaber devi mettere in preventivo che c'è chi viene a vederti perchè amava Gaber o perchè lo odiava, c'è chi viene a vederti perchè non l'ha mai visto (dal vivo) o perchè l'ha visto troppe volte. Hai a che fare con un segmento d'età che va dai 14 (che è proprio l'anno in cui io ho scoperto il Maestro) in poi. 
E questo è un dettaglio non trascurabile. 

E poi, dopo novanta minuti, bisogna saper chiudere: bisogna mandare a casa la gente con una sorta di morale collodiana. E non c'è morale nel modo in cui Scanzi ha chiuso il sipario, proprio perchè sia Giorgio che Sandro, della morale non sapevano proprio cosa farsene. 
E qual è il miglior modo per salutare il proprio pubblico se non citando una frase de "Il Suicidio"?

"C'è una fine per tutto e non è detto che sia la morte"

Complimenti Andrea, come dicesti, mi hai fatto piangere, ridere, incazzare e sdrammatizzare in un'ora e mezza, ovviamente attraverso il tuo, il Nostro, Grande Maestro. 

giovedì 27 giugno 2013

Obama in un'immagine che farà epoca

E' un'immagine che sicuramente farà storia più che scalpore.
Barack Obama, il primo Presidente nero della storia degli Stati Uniti, in Senegal, che scruta l'orizzonte dell'oceano appoggiato come una sentinella nella "porta di non ritorno".
E' così che gli africani chiamavano quel bivacco, quella fessura scavata nella roccia.
Da lì, per secoli e secoli, salivano uomini, donne e bambini, per non si sa dove.
La famosa "tratta degli schiavi".
Quando il piede scalzo varcava quella porta creata nei secoli dal vento nella roccia, sapevi che la tua terra non l'avresti mai più rivista.
Provate ad immaginare la sensazione.
E via, uomini trattati come tonni in una tonnara o come porci in un porcile, pronti all'uso.
Salpavano le navi spagnole, portoghesi, americane per portare i "negri" a fare gli schiavi.

Obama nella "porta di non ritorno" non è solo un'immagine toccante che fa commuovere, è molto di più.
E' l'arrendevolezza degli americani contro le torture che hanno, anzi, che abbiamo fatto ai danni di un continente, il più ricco del mondo.
Proprio nel giorno in cui uno dei più grandi uomini che ha calcato questa terra, Nelson Mandela, si sta spegnendo.
Ciò che mi ha colpito di quella precisa e spudorata immagine è stata l'espressione del Presidente.
Un gomito appoggiato sulla roccia e le mani che si toccavano nervosamente la faccia.
Lo sguardo all'Atlantico e all'infinito e chissà a che pensiero.
Chissà se ha pensato a quanti in quei viaggi allucinanti sono morti e, se fortunati, a quanta schiavitù hanno dovuto obbedire.
Ecco, Presidente, lei è un uomo che ammiro, è di colore come tutti i milioni di schiavi che il Paese che governa (e non solo) ha fatto morire come porci al macello e può capire, meglio di un bianco, cosa voglia dire quella fessura che guarda l'oltre.
Ma mentre guardava l'orizzonte, pensieroso, spero abbia pensato che la tratta degli schiavi non è cessata, ce ne sono ancora.
E poi, chissà cos'avrà veramente provato, Mister President, affacciandosi da quella porta maledetta.
Sono sicuro, davvero sicuro, che un'esperienza del genere non l'avrà lasciata indifferente.

sabato 22 giugno 2013

Le colpe della massa ed il mio ruolo di intellettuale anarchico

I tanti drammi che vive questo malcelato paese in quest'ultima epoca, possono venire riassunti in una specie: la massa
Nulla è più corrosivo e dannoso per l'umanità della massa.
Mi spiego: se negli anni '60, '70 e addirittura '80, la massa si riconosceva e deputava i pieni poteri della propria esistenza con una semplice croce su un simbolo elettorale e quindi si fidava, oserei dire, teneramente, benchè con la colpa dell'ignoranza, ai vari uomini politici che hanno governato questo paese, mi sento di dire che oggi lo scenario è totalmente cambiato. 
Oggi la massa è ancora più ignorante della massa di allora che credeva nei Moro, nei Fanfani, nei Craxi eccetera. 
Oggi la massa si affida, paradossalmente, a sè stessa, creando una sorta di dramma umanitario storico, mai avvenuto prima d'ora.
Il motivo per cui succede questo meccanismo è molto semplice: oggi la massa si sente e si crede acculturata.
Inutile dire che, in quanto tale, non può esserlo, altrimenti ognuno avrebbe un'ideale, una libertà ed onestà intellettuale e soprattutto uno spirito critico. 
Nulla di tutto ciò avviene nel 2013 d.C.
La massa oggi si affida alle mode. E non parlo di "moda" nel senso effimero del termine.
Parlo di "moda" quando parlo di tutto ciò che calamita un sempre più innumerevole numero di persone, catalogabili sotto la voce "esseri non pensanti".
Si può fare una buffa metafora con uno stormo di uccelli che emigrano da un posto all'altro, in base al cambio delle stagioni.
Gli stormi di uccelli si fanno trasportare dai venti, la massa dagli eventi. 
Tutto diventa evento, basta che sia moda. 

Ciò che annienta il pensiero, o meglio, il non-pensiero, è proprio l'affidarsi completamente ad un modo di essere che non appartiene all'individuo in sè ma che appartiene a più individui. 
L'abnegazione del pensiero parte proprio da lì, dalla non ricerca, dalla non curiosità, dalla superficialità intellettuale, dalla negazione inconscia della coscienza.
Perchè, io, a ventisette anni, parlo di questo?
Probabilmente perchè questo dramma esistenziale lo sento vicino tutti i giorni, ed essendo anarchico (...) lo tocco con mano.
Tocco con mano le etichette ed i giudizi. 
Tocco con mano il fatto che la gente (sì, la gente) ti guarda come un mostro a tre teste solo per il semplice fatto che tu non ne fai parte, di quella massa. 
Questa mia scelta, mi dà la consapevolezza non solo di non venir capito ma quel che è peggio è di venire capito a piacimento della massa stessa.
Mi definisco un intellettuale, perchè analizzo con spirito critico i fatti senza faziosità alcuna: ma il definirsi "intellettuale" non è assolutamente un vantaggio o un pregio. 
E' una ragion d'essere. 
La stessa ragione che non mi dà la possibilità di ribattere a chi mi accusa di essere ciò che sono, perchè comunque, ribadisco, non verrei capito. 

martedì 18 giugno 2013

Da Istanbul a Balotelli

Gezi è il parco più importante di Istanbul, la seconda città turca.
Nel parco di Gezi ci sono seicento alberi che secondo il governo Erdogan, devono andare tagliati per costruire un centro commerciale.
La Turchia ci hanno sempre insegnato che anche se politicamente unita nelle carte geografiche, è sempre stato un paese diviso da lotte religiose, da due capitali (quella istituzionale è Ankara), sappiamo di Costantinopoli, dei poeti turchi (Hikmet, il mio preferito), dei bizantini etc.
Non sappiamo che da giorni nel parco di Gezi, nel cuore di Istanbul, è in atto una guerra civile.
Per il petrolio? No.
Per ideologie politiche? No.
Perchè dei ragazzi, ormai diventati una marea, si sono rotti le palle della cementificazione selvaggia del governo.
Erdogan come tutti i dittatori ha oscurato le tv di stato e i mezzi d'informazione.
Ora ad Istanbul, arrivano popoli e genti da tutta Europa a solidarizzare con il popolo turco.
Sì: popolo turco.
Unito, ora più che mai.
I ragazzi si sono incazzati, si beccano tafferugli della polizia ogni notte, i feriti non si contano neanche più.
Lacrimogeni con spray che dire nocivi è un eufemismo e loro lì, per rivendicare un diritto.
Il loro parco di Gezi è più importante di un centro commerciale.
La rivolta turca è l'emblema che tutto il mondo si sta ribellando ai tiranni (o tirannosauri).
Sì, tutto il mondo. Tranne un paese.
Quello del Pd, quello dell'inciucio, quello della Lega.
In Italia, il massimo che si fa (ma stiamo proprio parlando di anarchici impazziti) è condividere un link su facebook.
E poi va tutto bene.
p.s. Avete visto che gol ha fatto Balotelli?